Daniele Oberto Marrama.
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UNA PAGINA DI STORIA.
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1909. F. Perrella Editore, NAPOLI.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Testo curato da: Catia Righi per il Progetto Manuzio, iniziativa dell'Associazione Culturale "Liber Liber".
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Indice.
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UNA PAGINA DI STORIA.
IL DELITTO
L'ORA DELLA VILT.
L'ESPIAZIONE
LA LOGICA DELLA GIUSTIZIA.
LA MALA EBREZZA
VENDEMMIAIO.
LE FIGLIE.
IL BEL GESTO.
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APPENDICE: IL "DOSSIER" DEL PROCESSO FERRER.
L'atto di accusa.
Chi spendeva?
La famosa sera del 29 luglio.
Le confessioni di Ferrer.
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Fine Indice.
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UNA PAGINA DI STORIA.
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AL GIOVINE RE CHE GUIDA I DESTINI DELLA SPAGNA CON MANO CHE NON TREMA.
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Qualcuno mi ha detto, quando ha letto queste pagine, nate da pochi articoli di giornali che ho scritti in tempi diversi, sulle orme degli eventi: Tu ti metti contro la folla.
Io rispondo: No. Io mi metto all'ombra della Verit, e la folla sar con me, perch la Verit  fatta per essa.
Chi non ha mentito, in questi giorni, ad essa? Chi non  stato colpevole, molto o poco, di trascinarla a un movimento che pochi sapevano di indirizzare a un fine rivoluzionario, ma che i pi seguivano ciecamente, con la docilit che hanno anche i ribelli quando formano un armento?
L'ora dolorosa che  trascorsa interessa non soltanto la Spagna, dove una salda mano ben ferma sulla spada che gli Avi le hanno confidata, ha saputo tener fronte all'impeto sovversivo, ma tutto il mondo latino. Sono le nazioni sorelle che l'ebrezza ha vinte e che hanno levato un grido di protesta per una sentenza che non avevano letta e che aveva colpito un uomo che non conoscevano.
La vecchia rettorica, gridata dalle bigonce improvvisate nelle piazze, ha parlato di un delitto, e i pi hanno ignorato che una sentenza di condanna  una dolorosa necessit di difesa, quando il condannato ha trascinato il suo paese a un impeto di rivolta e di strage e ha acceso intorno al suo piedistallo un rogo di conventi; ha parlato di un apostolo, e i pi hanno ignorato che questo apostolo deve rispondere di fronte alla Storia di un'ora criminosa che ha insanguinata la bella terra di Spagna e di fronte alla sua coscienza di qualche cosa che  anche pi grave: di aver uccisa la fede in un'anima che si era aperta a lui e che a un'opera di fede aveva destinato il suo patrimonio.
Che sapevano di ci le nazioni sorelle? Troppo sollecito  stato il gesto di chi ha voluto lanciare le turbe a un'agitazione violenta perch quelli che hanno ingrossato le file potessero veder chiaro nella parola incitatrice.
Oggi, il soffio ribelle  passato, e bisogna raccogliere nei solchi la Verit che vi era stata calpestata. Questo compito spetta a noi; a noi che scriviamo sui giornali i commenti quotidiani agli avvenimenti. Noi siamo quelli che preparano il cammino alla Storia, e la pagina che scriviamo oggi  una pagina amara, ma sincera.
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Cos, questi articoli sono pubblicati come io li scrissi. Sono pagine frettolose, dettate nell'ora stessa in cui gli avvenimenti incalzavano, pagine che nessun legame fonde in un'opera sola, ma che hanno un legame celato: quello stesso che ha guidato gli eventi, e che dalle stragi di Barcellona  giunto all'esecuzione di Montjouich e da questa ai tumulti anarchici di piazza. L'ordine  quello stesso che la Storia segner: l'ora del delitto, l'ora dell'espiazione, l'ora della mala ebrezza.
L'anarchia segn l'inizio, e per farsi strada mascher il pugnale sotto la veste del pensiero laico: la scuola cel, compiacente, il regicidio. Per giungere al trono si schier contro Cristo. E la Massoneria le fu compagna.
Pi tardi, esse si sono incontrate novellamente sulla stessa tomba: l'alleanza ha giurato il suo patto sopra un cadavere. Occorre che il mondo civile sappia, e ricordi.
Altri morti, e assai, chiedono dalle fosse in cui i loro resti calcinati sono stati deposti che il cuore delle genti pianga su essi, che non fecero male: altri caduti, che il piombo e le fiamme spensero, per spegnere in essi e con essi la fede, e che la gente non ha ricordati, ora che si  agitata per un morto solo, chiedono che il loro martirio sia pesato nella stessa bilancia in cui si pesa un atto di fatale giustizia.
Risparmiate il sangue umano! Il grido che  echeggiato sotto gli spalti di Montjouich doveva levarsi tre mesi prima: la vita di cento uomini vale cento volte la vita di un uomo, chiunque esso sia!
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La Spagna credente e fedele ha levato, nell'ora del pericolo, il suo sguardo a Colui che guidava i suoi destini, al suo Re, e lo ha visto dritto in piedi, vigile sul suo trono, e si  rinfrancata.
Alfonso di Borbone, giovine ancora,  stato chiamato al suo aspro compito, e lo ha accettato con la fermezza e la fede dei Borboni.
Due volte provato dall'insidia nemica, due volte  stato temprato dalla fiamma, come una salda lama toledana che il fuoco rende infrangibile. Ma il battesimo della fiamma gli ha insegnato un eroismo novello e maggiore: vincere la sua bont, quando la bont pu essere una debolezza. I Re non debbono esser deboli: debbono essere giusti.
E la storia scriver che Alfonso  stato giusto, e degno dei suoi Avi, e degno della sua razza: e dir che, mentre i suoi cugini, che portano gloriosamente il nome di Lui, si battevano da oscuri ufficiali, in linea, al Marocco, sfidando la morte, Egli  rimasto al suo posto di soldato, dove maggiore era l'eroismo e sacro il compito: sul trono.
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IL DELITTO L'ORA DELLA VILT. 4 AGOSTO 1909.
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Una torbida e tragica ora ha imperversato sulla vecchia e gloriosa terra del Cid: uno di quei soffi di ribellione cieca e violenta che sembrano convulsioni di un popolo e che erompono improvvisi, e si propagano, e conquistano terre e citt come un contagio di follia, e bagnano il suolo di sangue fraterno. Una folla di donne e di fanciulli, all'avanguardia di un esercito di ribelli, ha divelto i binari delle ferrovie, ha demolito i ponti, ha rivolto le armi contro gli stessi soldati ai quali voleva far salva la vita, impedendo che partissero per il Marocco, dove la bandiera spagnuola era stata crivellata di colpi e spruzzata di sangue generoso, nell'impeto della reazione dei Mauri: una plebaglia inferocita ha scatenato le sue furie contro le chiese e i conventi, incendiando, ferendo, uccidendo religiose innocenti e tranquilli sacerdoti; e tutto questo in nome di una protesta contro la guerra, di una ribellione contro l'ordine di partenza di nuove truppe, di un rifiuto energico a un'azione militare che lavasse l'onta della sconfitta e risollevasse la bandiera nazionale piegata sopra un mucchio di morti.
- Abbasso la guerra! -  il fosco e selvaggio grido della vilt che coperse di barricate le vie di Parigi, mentre il cannone prussiano tuonava dalle alture circostanti e bruciavano i villaggi sotto gli obici di von Moltke;  il grido furioso che scaten gli impeti demagogici contro le truppe italiane, e spezz loro il cammino, mentre un esercito di prodi sventurati trascinava la catena della prigionia per le ambe sassose, sotto la sferza dei cavalieri gallas di Menelick.
- Abbasso la guerra! -  l'imposizione di una gente che i colpi del nemico fiaccano, che si piega pi volentieri al giogo dell'ignominia che all'eroismo di una rivincita, che ha paura della lotta proprio quando la lotta l'ha prostrata, e non osa risollevarsi.
- Abbasso la guerra! -  il panico che invade le masse e le rende furiose e fratricide. L'armento disperso dall'eco dei lontani colpi di cannone diventa feroce contro suoi custodi: la plebe che strappa i soldati agli ufficiali e rovescia i vagoni perch i suoi fratelli non partano, scaglia i suoi sassi e tira le sue schioppettate contro questi soldati, quando essi vogliono riprendere il loro posto e la loro via.
 la grande e terribile ora della vilt che si leva sulle razze latine, quando la nazione chiama i suoi figli alla riscossa:  l'indice della decadenza nostra, dello spirito nostro che non sa pi esser forte nelle avversit, che non sa pi temprarsi a nuovi cimenti, che preferisce la guerra civile alla guerra dello straniero, soltanto in odio all'esercito, soltanto perch l'entusiasmo patriottico non accende pi nessun bagliore nei cantucci vuoti dell'anima nostra, in cui della gente arida e perversa ha soffiato il suo cinismo che nega, soltanto perch, a poco a poco, hanno distrutto in noi ogni tradizione di fede alta e bella, della fede per cui si vive, della fede per cui si muore.
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La Comune, le giornate di Milano del novantotto, le giornate di Barcellona della scorsa settimana: nessun trittico potrebbe essere pi perfetto, per sferzare i degeneri figli di Roma.
Non  pi l'onore che preme alla razza infrollita, disfatta dal veleno sovversivo:  la vittoria, che dia buoni frutti e lasci tranquillamente la gente a casa. La sconfitta non agisce da pungolo incitatore ma colpisce come una iniezione tossica nell'albero spinale:  la convulsione della stricnina, che agita questo corpo disfatto e gli d una falsa energia, e lo scaglia contro se stesso, e lo spinge a ferirsi, a dilaniarsi, per abbreviare la sua agonia.
Che cosa  la patria, quando non provvede ad assicurare il pane e la tranquillit? Una pericolosa utopia, per la quale  stolto morire. Abbasso la patria!
Queste orde cos sguinzagliate, nell'ebrezza della distruzione, si trovano, d'un tratto, innanzi a qualche cosa che non  una caserma: un convento, un tempio, drizzano la loro croce in faccia alle loro bocche urlanti, alle loro braccia minacciose. Ed esse intendono subito che, se c' chi pu arrestare la loro marcia,  l'idea di Cristo: Cristo, che  fede e amore, Cristo che  la tradizione nostra, dei nostri morti, la voce che ci parla del dovere, del sacrifizio, di tutto ci che lo spirito ribelle nega. La patria e Cristo: non  forse in questo duplice nome che il soldato giur? Non  nel nome dell'una e per la fede dell'altro che egli muore?
Il sottile veleno sovversivo, che il contatto con l'amara anima nordica ci inocul, ha dovuto intaccare prima le radici della religione, per distruggere quelle della patria: la gente nostra, docile alle voci che vengono di fuori, assorb quel veleno a poco a poco. Ora, esso ha agito, e dall'anima  caduto ogni ideale. Bisogna, per fare di pi: bisogna che anche il ricordo ne sparisca. Ed ecco che questi bruti, che nel nome della fraternit massacrano i fratelli, indirizzano i loro colpi contro i sacerdoti di quella fede che hanno bandita dal loro spirito, o appiccano il fuoco alle chiese ed ai monasteri. La dimostrazione  completa e prova che c' tutta una logica del male, voluta ed attuata da menti che sanno organizzare: nell'idea di Dio  l'idea della patria; soffochiamo la prima, perch sia spenta la seconda!
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Che importa, se il cannone ha spazzato le vie e la marmaglia sanguinosa si  dispersa nell'ombra? Che importa, se l'ordine, ristabilito con la forza delle armi, abbatte le barricate, e la spugna cancella le macchie di sangue dal lastricato?
Ben altro occorre, alla razza nostra; occorre che essa ritrovi se stessa, le sue tradizioni, la sua fede, occorre che essa si rifaccia uno spirito nuovo, occorre che essa abbia il coraggio di espellere dal suo organismo, dai suoi tessuti, dalle sue vene, tutto il tossico che le si  andato infiltrando nei suoi contatti con gli spiriti ribelli delle razze slave. Bisogna che tutti, tutti, quelli che sono in alto e quelli che sono in basso, quelli che sanno e gli ignoranti, quelli che guidano la pubblica opinione e quelli che sanno soltanto offrire le loro braccia muscolose, abbiano la forza di purificarsi, di smettere questo dilettantismo di rivoluzione che ci fa aprire le braccia e le coscienze ai peggiori nemici della patria che esulano dalle terre loro, che ci fa complici condiscendenti ai loro delitti, che ci fa piangere tutte le nostre lagrime sentimentali innanzi alle forche punitrici che soffocano nelle loro gole l'ultima bestemia e l'ultima negazione. Bisogna rifare la serena anima latina, con le sue idealit, con i suoi entusiasmi, con i suoi sogni, magari con le sue chimere; bisogna ritrovare in noi lo spirito dei padri, che seppero vincere perch non temettero la morte.
Chiudiamo le porte a questo dilagare di cinismo e di nichilismo che fluisce sulle soglie di casa nostra, che avvizzisce gli ultimi germogli che nacquero sul vecchio tronco.
Assai ci curvammo a bere alle fonti avvelenate; lasciamo, ora, che i tristi rivoli si disperdano altrove, e rincalziamo i solchi, perch la corrente non ci tocchi.
Finch sorrideremo alla villana rettorica della socialistaglia, finch consentiremo a una scuola di ribelli la propaganda che prepara il delitto all'ombra della cattedra e del libro - assai pi colpevole della stessa azione violenta della plebaglia che scende in piazza - finch in Francia come in Italia, come in Ispagna, lasceremo libera la via ai nemici della patria e di Cristo, o, magari, li aiuteremo a farsi un piedistallo delle loro colpe, saremo condannati alla disfatta e piegheremo le fronti e le schiene, in un'ora di vilt atroce come quella di ieri, come quella di oggi, a una gente che  pi forte di noi, perch ha ancora una fede.
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L'ESPIAZIONE. LA LOGICA DELLA GIUSTIZIA. 15 OTTOBRE 1909.
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Il tacito gesto di una spada balenante che ha segnato, l'altro giorno, l'istante supremo per colui che una tragica sentenza condannava alla morte, nel fossato erboso di un tetro castello, quel gesto breve e solenne che ha spezzato una vita, in nome della legge, rappresenta la suprema e inesorabile forma di difesa di una societ.
Francisco Ferrer ha gridato alto, nelle sue difese, di non aver partecipato all'opera sanguinaria che ha coperto di morti, due mesi or sono, le vie di Barcellona; Francisco Ferrer, il fondatore della Scuola Moderna, ha proclamato sdegnosamente di non essere sceso in piazza con la fiaccola in pugno, di non aver appiccato con le sue mani il fuoco ai conventi nei quali dei vecchi frati innocui e delle tranquille suore preganti sono stati arsi vivi. E sia pure.
Ma egli non ha rinnegato la sua propaganda, egli non ha rinnegato sue teorie di distruzione, egli non si  scagionato dall'accusa di aver scritto dei proclami che avevano, tra le righe, un fiammeggiare di roghi e un rosseggiare di sangue. Egli ha detto soltanto di essere un "teoretico" e ha mostrata l'unica arma che avesse stretta in pugno: la penna. E tutta la vecchia mentalit che innacqua il sangue della gente nostra, sempre pronta a gemere intorno alla prigione del vivo, mentre ha dimenticato troppo presto il morto, la sentimentalit della massa anodina, che scivola sulle lagrime verso la meta a cui un sapiente duce la spinge, ha ripetuto con convinzione che Francisco Ferrer  una vittima innocente, perch egli non ha "preso parte" ai moti sovversivi, perch egli non  mai stato un uomo d'azione, perch la sua penna non vale una scure o un pugnale.
Cos per tre giorni o quattro, intorno al capo del condannato, si  andato tessendo un usbergo di spiriti infiammati e commossi, e i comizi si sono succeduti ai comizi e le proteste alle proteste. In Francia come in Italia, le due sorelle latine che le stesse epidemie contagiano, assemblee di cittadini, convocate da grandi cartelli di color rosso fiammante, hanno minacciato l'anatema del popolo al governo spagnuolo se la sentenza fosse eseguita. Qua e l vi sono stati anche dei conflitti e si  sparso del sangue fraterno per impedire che si spargesse quello di uno straniero: logica dei momenti di convulsione di una folla inconscia!
E quando infine la notizia che il telegrafo ha sparsa in tutto il mondo, seccamente,  giunta, quando, ieri l'altro, nelle ore mattutine, nelle nostre redazioni un dispaccio o un fonogramma di poche parole  giunto, che diceva: "Ferrer  stato fucilato stamane"  parso che uno stupore improvviso e profondo piombasse sulla folla, prima che gli spiriti agitatori risollevassero la fiaccola ribelle. La morte di Ferrer  parsa una cosa inattesa, inconcepibile, mostruosa. Ognuno di coloro che si  agitato, in questi giorni, un poco o molto, o che ha assistito alle agitazioni, fraternizzando, simpatizzando, commovendosi, infine, ognuno di coloro che ha gridato che non si pu uccidere l'apostolo di una idea, il sacerdote di una teoria, l'uomo che  armato di una piccola penna, ha sentito sinistramente crepitare le schioppettate che hanno risuonato laggi, nella livida cerchia dei bastioni, e ha visto, con lo spirito febbrilmente agitato e scosso, una figura umana piombare d'un colpo a terra, col viso sull'erba, e restarvi, immota, nella prima luce del giorno. E ha gridato, intorno a questo ucciso, che un delitto si  compiuto, perch non si deve spegnere chi bandisce un'idea, chi predica una teoria, chi fa della sua penna un vessillo.
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Certo,  triste, assai triste fare un processo ad un morto, e l'uomo che la terra ricopre, adesso, e a cui pochi soldati, silenziosamente, hanno reso gli ultimi onori, ha il diritto di essere lasciato in pace. Ma nel divampare degli odii, risorgenti intorno a quel cadavere, in un'ora che pu essere pericolosa per gli eccessi di chi in questo sciagurato episodio cerca gli elementi per una campagna contro il Trono e contro l'Altare,  doveroso dire la parola serena e sincera, la parola che ogni onesto deve ripetersi, quando la torbida plebe infuria e la demagogia riaccende le sue fiamme per cingere di un anello rovente e distruttore l'ultima chiesa e l'ultima caserma.
Non  il sentimento che salva la societ, e non  la debolezza, che rassicura una istituzione:  doveroso, ma  fatalmente logico. Francisco Ferrer era un "teoretico", ma le teorie trovano i loro esecutori; Francisco Ferrer era un apostolo, ma ogni apostolato ha dei soldati che lo traducono in azione; Francisco Ferrer ha scritto del proclami, ma quei proclami si indirizzavano alla plebe, e la plebe li ha intesi e ne lame e faci per uccidere e per incendiare. Le stragi di Barcellona erano la conseguenza di una preparazione oscura: questa preparazione si  diramata attraverso le torbide coscienze dei molti, partendo dai cervelli istigatori di pochi, di qualcuno, forse. Non basta dire: Io non ho agito. Bisogna ricordarsi di "aver voluto".
Molti colpevoli i fucili dell'esercito spagnuolo hanno abbattuti, nei fossati del castello: ma erano degli sciagurati che erano vissuti di rapine e di colpi di coltello, delle magre e fameliche figure di sciacalli umani che si erano lanciati alla strage quando il vento aveva loro portato l'odore delle prime schioppettate tirate contro i preti o i gendarmi, quando il primo filo di fumo che si era levato nell'aria aveva fatto pensare alla facilit della buona preda. Costoro, i cenci della rivoluzione, che si trascinano nel fango e nel sangue, quando la repressione s'inizia, sono stati rinnegati da quelli che avevano seminato il germe dell'odio nell'anima loro. L'uomo che dice: "Io non sono responsabile delle stragi e dei saccheggi" non difende s stesso, ma accusa gli altri, e spezza, nell'ora del pericolo, ogni suo legame con quelli che sono i figli dell'opera sua. Francisco Ferrer ha voluto troncare il vincolo fatale che lo univa alla plebaglia omicida; ma questi vincoli sono troppo tenaci, quando  il sangue che li ha alimentati. E gli altri morti, i morti che lo hanno preceduto, per il triste cammino di Montjuich, i morti oscuri, quelli che nessuno ha difesi, quelli per i quali nessuno si  agitato, nessuno ha chiesta la grazia, lo hanno voluto con loro, lo hanno chiamato a loro, hanno preteso che egli li raggiungesse, nei solchi erbosi tinti di sangue.
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V' qualcuno, a quest'ora, che deve essere assai triste, profondamente triste, per la sentenza che ha dovuto fare eseguire: il giovine e cavalleresco Sovrano del popolo Spagnuolo, Alfonso di Borbone. Ma egli ha dovuto vincere la voce dell'anima buona, quando  giunto l'istante in cui la ragione di Stato gli ha imposta la via. La giustizia che avea condannati gli esecutori materiali degli eccidi non poteva arrestarsi innanzi a colui che aveva armato le mani degli assassini. La Spagna ha vinto, due mesi fa, una terribile battaglia col rigore: una debolezza, oggi, poteva esserle fatale. Ed egli ha pensato che non doveva commetterla, per salvare ci che gli  stato affidato e che sapr conservare, ed ha chiesto a Dio la forza di fare il suo dovere, interamente.
Cos Iddio faccia che su tutte le salme, su quelle che l'odio disperse e su quelle che la giustizia radun, l'alba di domani distenda lo stesso manto di fiori, e sui campi della Spagna l'inno al lavoro fecondo celebri la rinascenza fraterna d'un popolo generoso, unito in solo vincolo, in una sola fede!
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LA MALA EBREZZA. VENDEMMIAIO. 19 OTTOBRE 1909.
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M. de Talleyrand, la frase, mi pare,  sua, aveva ragione quel giorno in cui, guardando il grigio cielo di Parigi dalle vetrate socchiuse, ebbe ad esclamare: "Il pleut; il n'y aura pas de rvolution".
L'ombrello  inconciliabile con lo spirito rivoluzionario; ecco perch io penso che se i ministri spagnuoli avessero aspettato un paio di settimane per giustiziare l'anarchico Ferrer sarebbe stato tanto di guadagnato per tutti: per Ferrer, che avrebbe vissuto altri quattordici giorni, nei quali poteva anche pentirsi di qualche cosa aveva fatto in sua vita, e per la pace in mezza Europa, che  stata turbata dal dilagare improvviso di tutta la marea anarchico-massonica, montata alla riscossa intorno a una tomba sulla quale sarebbe stato assai meglio deporre qualche fiore solitario, pietosamente. Novembre  il mese della pioggia per eccellenza: sin da quando i primi crisantemi sbocciano sui lunghi steli, schiudendo le corolle filiformi che sembrano chiome scarmigliate di donne piangenti, le nuvole si adunano a congresso in permanenza, e l'ordine del giorno non reca che questa sola parola: piovere. In novembre, dunque, non c' da temere disordini. Invece s' anticipato e si  cascato nel bel mezzo del mese pi compromettente: ottobre.
Troppo odore di mosto,  nell'aria, nel mese che il calendario della rivoluzione francese chiam Vendemmiaio; troppo ne stilla dai colmi cesti nelle capaci tinozze, colorate in rosso dal sangue dei grappoli. Il vermiglio  dovunque e su tutte le cose: sui tralci, dove le ultime foglie si tingono di porpora, sui grappoli, che hanno tonalit trionfali di rubini, nel cielo, che i tramonti accendono di fiamma. Che meraviglia se l'acuto profumo del vino nuovo, prigioniero appena delle botticelle giovani che si gonfiano alla prima fermentazione, turba i cervelli?
Vendemmiaio  mese traditore; il fascino del rosso invade tutto e dovunque il mosto gocciola ed esalta. Il carro di Tespi non solca pi i campi spogli e non pi i commedianti dal volto impiastricciato di sanguigno caprioleggiano sulle aie dove l'ultimo grappolo  stato premuto; ma v' qualcuno che ha sostituito le schiere bacchiche e ne ha presa la maschera purpurea, e si  tinte le braccia di un succo che forse  sangue, e v' chi ha spinto nei solchi un altro carro, sul quale ha inalberato un vessillo rosso. La commedia della vendemmia ha mutato di personaggi e di stile e si  fatta tragica. Ma il coro degli spettatori  rimasto quello di un tempo: un coro di gente che il succo dell'uva ha turbata e che acclama intorno, e spinge con le spalle malferme le ruote cigolanti.....
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Tu sei stato il gran colpevole, Vendemmiaio! L'insurrezione che l'eco delle schioppettate di Montjouich ha destata in fondo alle straduzze e nei covi delle logge massoniche, ha trovato troppo sollecita e facile eco nelle piazze. Il tranquillo borghese che, rincasando a tarda sera, guarda con segreta compiacenza la lucerna amica del carabiniere o il pentolino del questurino che gli appare sul cammino, ha sentito risvegliarsi nel suo seno non so quali epici istinti di ribellione. Egli non conosceva Ferrer, e della Spagna sapeva quel tanto appena che gli ridestavano nello spirito sereno i ricordi della "Carmen"; ma il turbine lo ha preso, lo ha vinto, lo ha trascinato. Ed  ritornato a casa con gli occhi lucidi, col cappello di traverso e il bastone brandito come una spada; ed ha gridato alla serva, varcando la domestica soglia: -Non sai? La tirannide clericale ha fucilato l'apostolo! - Dopo di che,  caduto a sedere sulla consueta poltrona sventrata, ed ha gridato, con la voce che ridesta le folle alla riscossa, nei giorni di barricate: - Portami le pantofole!
Pi tardi, la teppa sguinzagliata per le vie si  data alla solita strage di fanali e di insegne di magazzini; e la plebaglia che voleva onorare un morto si  disonorata pi del necessario, saccheggiando e bruciando, e accoppando a coltellate i carabinieri e le guardie. Ma il borghese a quell'ora dormiva, col berrettino di cotone cacciato fin sul naso, e un pugno sporgente dalla imboccatura del lenzuolo: forse sognava di cacciare i gesuiti dalla Spagna, o di spingere fuori d'Italia l'ambasciatore e i consoli della sorella latina. Dormiva, e non ha sentito il rumore dei vetri infranti, lo scalpitare della cavalleria, l'esplosione dei colpi di rivoltella. L'ubbriacatura era stata troppo grande; la sbornia di laicismo, assorbito a dosi troppo alte, era stata troppo solenne. Cosicch quando, il giorno dopo, la consorte, porgendogli una tazza di camomilla, gli ha detto: - Sai, quei mascalzoni hanno devastato tutto..... - egli si  levato a sedere, col fiocco del berretto sul naso, ed ha esclamato, sublime: - Gli spagnuoli sono entrati in citt?
Ed  corso a prendere le molle del caminetto, per dare una lezione solenne ai figli del Cid.
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Una sbornia non dura che ventiquattro ore, ma lascia un grande stordimento. Ora, il borghese riposa. Lasciamolo riposare, e prepariamogli una tazza di acqua con alcune gocce d'ammoniaca.
Probabilmente pi tardi egli dimenticher tutto; dimenticher perfino di aver gridato con gli altri contro la "reazione imperante"; dimenticher perfino di aver chiesto, con gli altri, che una via o una piazza della sua citt si intitolasse col nome di Francisco Ferrer. E, forse, domani quando qualcuno gli dir: - Ma sai tu chi  stato Ferrer? Sai tu che egli ha dato il suo danaro e la sua attivit alla propaganda regicida? Sai tu che se monaci e suore furono bruciati vivi a Barcellona, due mesi fa, quelle fiamme omicide furono alimentate con l'opera sua e forse col suo denaro? - egli risponder, stropicciandosi gli occhi: - Ferrer? E chi  costui? Non ricordo di averlo sentito nominare ancora.....
Vendemmiaio! Vendemmiaio! La Spagna ha buoni vigneti anch'essa, a Malaga, ma oggi non beve che acqua pura, per mantenersi sana e forte. Ed  cos che vince i nemici esterni, al Marocco; ed  cos che vince i nemici interni, tra le sue mura. Il fiotto di rettorica urlante che  cozzato contro i Pirenei non ha potuto scavalcare l'alta barriera che la protegge. Essa rimane tranquilla e sdegnosa al suo posto e compie l'opera sua di purificazione senza preoccuparsi dell'ora di ebrezza che ha vinto le sorelle latine.
E Cervantes, dal mondo di l, vede oltre i confini tutta una fila lontana di pallidi cavalieri erranti cavalcare nella notte, senza mta, e sorride, pensando che la razza di don Chisciotte non  morta, ed ha trovato il paese straniero miglior teatro alle sue gesta che non l'arida terra della Mancia, su cui da tre secoli e mezzo non si allunga pi l'ombra allampanata di Ronzinante.
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LE FIGLIE. 22 OTTOBRE 1909.
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L'onda irrompente che  passata, in questi giorni, verso le sorelle latine, arse da una grande fiamma ribelle che ha fatto pi vermigli i vesperi autunnali, l'onda fervida e tempestosa che  scorsa come un torrente, dilagando oltre gli argini e avventandosi troppo spesso in torbida schiuma lungo i campi ove gli ultimi tralci ramigni intristivano, l'onda che ha mescolato insieme anarchici e conservatori, socialisti e borghesi, fondendo le tinte e associando la bomba al parapioggia, in nome del grande sentimentalismo della razza,  sempre pronta a piangere sull'ultima tomba, voltando la schiena a quella che si chiuse ieri,  passata senza arrestarsi innanzi a due case, a due creature. Oscillavano al vento i vessilli fiammanti, lingue di fuoco sorgenti dalla folla, rogo di spiriti, e le braccia si tendevano minacciose, e le bocche urlavano, e le pupille erano fise laggi, verso un punto lontano, dove l'anima intravedeva la sagoma bruna del castello di Montjouich, dove ancora pareva di scorgere una bianca nuvoletta di fumo levarsi sugli spalti, ascendere, lieve, e fondersi nella serenit chiara d'un'alba, mentre gi, nel fossato, l'erba si tingeva di sangue: e non c'era il tempo di raccogliere un dolore che aspettasse, accosciato sul ciglio della via, un singulto che tremasse in una casetta oscura, innanzi alla quale si proiettava l'ombra della folla trascorrente. La figura del fucilato, il bianco volto del ribelle, rigato per tre volte di rosso, emergeva, solo, all'orizzonte: intorno la grande rettorica dei tribuni della morte fumava, come incenso; il breve spalto erboso del castello era l'altare. Il novissimo culto che stringeva in un fascio solo sacerdoti e neofiti, leviti e profani, non consentiva distrazioni. Occorreva solo gridare anatema ai giudici, sulla fossa del morto, e osanna alla memoria di lui; occorreva solo preparare lapidi e monumenti per il domani e scioperi per la sera stessa, occorreva solo gridare, protestare, affiggere manifesti incendiarii, gridar guerra ai conventi e fracassare i patrii fanali. Il programma era vasto, e, forse, non diviso da tutti; vi erano, tra costoro, degli spiriti raccolti, delle anime sdegnose, degli uomini che volevano affermare il loro sentimento senza strepiti e senza sassate; ma anche essi sono passati innanzi a quelle due case, senza voltarsi, anche essi non hanno ricordato coloro che il morto lasciava sulla terra, anche essi hanno dimenticato il dolore di due creature che avevano il sangue e il nome di Francisco Ferrer e per le quali la grande manifestazione latina non ha avuto niuna parola di piet e di affetto: Trinidad Ferrer, Paz Ferrer; le figlie.
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Vi , anche, una terza figlia, la pi giovane: ma non si sa nulla di lei, come non si sa pi nulla della madre, della moglie di Ferrer, che una sentenza del Tribunale separ da lui e a cui affid le tre figliuole, a Parigi. E la grande e turbinosa citt ha ospitato, cos, le prime due, che, ancora bambine, abbandonate anche dalla madre, che ben presto and a convivere con un principe in Russia, hanno dovuto aprirsi una via e guadagnarsi il pane. Sole, le due fanciulle, in faccia alla vita; sole, nella immensa citt tentatrice, in cui la giovinezza  un pericolo, quando non diventa un'arma di seduzione! E il terribile noviziato della fame  cominciato, con la caccia al lavoro, con la assidua ricerca di un posto, con lo stimolo del bisogno che premeva alle spalle adolescenti. Sole, e inermi, contro ogni insidia! Il padre, lontano, allargava la sua propaganda laica, spegneva a larghi battiti d'ale la fede religiosa nell'anima della signorina Meuni, investiva il proprio danaro, dapprima, e poi la fortuna di lei nella sua opera di ribellione al dogma; egli non si occupava - come pare - che dell'umanit: troppo vasto compito perch gli consentisse di occuparsi di due creature deboli, affidate a loro stesse! E, a poco a poco, i vincoli tra lui e le figliuole erano rimasti soltanto epistolari. Qualche soccorso, si dice, veniva, ogni tanto; ma forse era insufficiente al bisogno; forse, esse non osavano chiederlo, o disdegnavano stendere la mano filiale: e restavano nell'ombra, mentre egli allargava la sua aureola di apostolo, in una paternit che abbracciava tutti i rinnegatori della fede di Cristo e che si allontanava sempre pi da quelle che avevano il suo nome ed erano rimaste credenti.
E l'una si  data al teatro, e ha fatto i primi passi in una via difficile e pericolosa, nella via che, in Francia,  esposta pi di ogni altra alle insidie; e l'altra, pi modestamente, era diventata operaia, e lavorava in una fabbrica di bottoni, e guadagnava due lire al giorno; poi, un bimbo le si ammal di difterite, ed ella per curarlo dovette lasciare la fabbrica e perdette il pane. Triste, tristissima odissea di due sventurate, che non avevano commesso nessuna colpa, che non avevano meritata la loro infelicit, e che hanno dovuto vivere oscuramente, senza nessun affetto familiare, trascurate, obliate, forse, fin nell'ora pi grande e pi terribile, fin nell'ora in cui le schioppettate del plotone di esecuzione a Montjouich hanno eccitato gli spiriti ribelli e commosso gli spiriti sentimentali e nessuno si  ricordato di loro, e nessuno, fino a ieri, nella tumultuosa voce di protesta, ha pensato di chiedersi se esse avessero bisogno di qualche cosa e se non fosse assai pi onesto e doveroso occuparsi delle figlie del morto piuttosto che erigere delle statue e inchiodare delle lapidi per pubblica sottoscrizione.
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 possibile, del resto, che in questo oblio ci sia stato un senso di delicato riguardo alla memoria di Francisco Ferrer e al suo concetto cos altamente anarchico della paternit. Il modesto insegnante che l'opera di propaganda, fatta col danaro di una ex cattolica convertita all'ateismo, aveva tratto dall'ignoto e messo di fronte alla monarchia e di cui il giudizio del tribunale di guerra ha fatto, agli occhi della folla, un martire, non ha soltanto disdegnato o trascurato il vincolo paterno in vita, assorbito dalla pi vasta visione di tutto un mondo da rinnovare, ma ha costretta questa sua paternit entro una rigida barriera perfino nel testamento.
Egli ha lasciato, come si sa, una parte della sua sostanza, libera, alla signora Soledad di Villafranca, che mise nella sua esistenza travagliata di propagandista il raggio confortatore dei suoi occhi neri, e fece della sua bianca spalla un rifugio al capo di lui nell'ora della stanchezza; ed ha lasciato il resto alle figliuole, pregandole di non accettare il legato e di lasciare che "la fortuna accumulata per l'opera di rinnovamento laico continuasse ad essere impiegata a questo scopo."
E probabilmente le figlie ascolteranno il supremo consiglio paterno e seguiteranno a vivere del loro lavoro come hanno vissuto finora. Paz, oggi  ricoverata presso alcuni amici, a Tolone: sono degli uomini d'ordine e dei cattolici, come ella stessa ha dichiarato ad alcuni giornalisti; e forse, col loro soccorso lascer il teatro, o, se vi torna, celer sotto il maquillage di artista l'ultima traccia delle sue lacrime; e Trinidad, la pi povera, la pi obliata, narrer al figliuoletto suo, accanto al suo lettuccio di convalescente, la storia di Bruto, il repubblicano austero che fece morire i figli e fu grande per questo.
E tutta una storia di sacrifizi e di abnegazione rester celata per la folla, che non vede e non sa, per la folla che protesta innanzi al sangue d'un uomo, dimentica che altro sangue si  versato, prima, sangue di inermi e di innocenti, sangue di poveri frati, di pie suore, trascinati al macello, dimentica che Iddio disse la parola ammonitrice "Non ammazzare" per tutti, e che ogni vita umana  sacra, e ogni tomba  eguale, innanzi alla piet.
E ignorer, la folla, che v' un eroismo pi grande di quello che affronta la morte, ed  l'eroismo di chi resta nella vita a combattere le penose battaglie quotidiane, le battaglie che non hanno fanfare per i vincitori e non hanno raggi di sole sulla fronte dei caduti.
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IL BEL GESTO. 25 OTTOBRE 1909.
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Aristotele ha dichiarato l'uomo un animale socievole: non basta; vi  una categoria particolare, quella dell'uomo evoluto, che ha bisogno di qualche cosa, oltre che della societ: ha bisogno di un piedistallo. Un palmo di tavola sopra due puntelli, una seggiola, magari una botticella vuota, gli bastano, per questo; purch sia pi in alto della folla e possa al momento opportuno, fare "il bel gesto".
L'uomo evoluto  un animale che ama di posare: ecco la definizione esatta. Un tempo, posava per l'incisore o lo statuario; pi tardi ha posato per il fotografo: oggi posa per il cinematografo; in ogni caso, egli posa per la storia. E il momento buono arriva sempre per tutti, ed  quasi sempre un momento cattivo per gli altri. I gabbiani appariscono sul mare quando la tempesta infuria e l'onda si avventa schiumosa alla scogliera; l'uomo che ama di posare monta sul piedistallo quando sulla folle passa un'altra tempesta, e azzarda il gesto. V' sempre, ai giorni nostri, un cinematografista di passaggio, per coglierlo e consacrarlo ai posteri, e, quando non v', si trova sempre un reporter vagante, che fissa nelle linee stampate del suo giornale l'avvenimento.
Il gesto, sogno ed orgoglio del grande guascone, nei sonanti versi di Edmondo Rostand; conforto di chi non ha altra ricchezza da lasciare ai posteri, perch ne onorino la memoria; volutt di chi chiede a prestito all'eroismo, per cinque minuti, il suo mantello, e se ne drappeggia!
All'uomo che posa non importa sempre di avere una pagina nei libri di testo per le scuole; basta, il pi delle volte, avere un periodo nella gazzetta ebdomadaria del proprio paese e fare le spese delle conversazioni serali nella patria farmacia per quattro o cinque giorni. Egli era vissuto per quaranta o cinquant'anni ignorato: ed ecco che l'ora buona  arrivata e il gesto lo ha rilevato agli occhi del pubblico. Ora, il suo nome  letto nei caff o ripetuto tra una pestatina nel mortaio e un'ebollizione di radici per decotto.
Ogni pretesto  buono, per il nostro eroe: una sventura, un delitto, una sommossa, qualunque cosa che rimescoli il fondo torbido delle acque che hanno stagnato a lungo. Egli pensa che, dopo tutto, Robespierre  diventato illustre per aver gesticolato, in un certo giorno, dalla tribuna, agitando in un certo modo i merletti della manica; e Desmoulins, e Saint-Just, e lo stesso Marat sono stati - pensa lui - dei "posatori" fortunati. Oggi, egli tenta alla sua volta la prova: non ha una rivoluzione francese a disposizione, ma ha intorno a s il fermento delle masse inconscie che una sapiente agitazione massonica ha spinte oltre gli argini, come torrenti in piena, per protestare contro l'esecuzione di un anarchico spagnuolo. E si serve di questo fermento, per concimare la sua vanit. L'occasione  troppo bella per tacere: il piedistallo  di facile costruzione, perch basta montare sulla schiena del primo fracassatore di fanali che passa. Ed egli vi monta.
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Quanta gente non si  servita del fenomeno Ferrer per farsi un quarto d'ora di rclame? Da quelli che hanno firmato dei manifesti di protesta a quelli che sono saliti in cattedra per fare delle concioni,  tutta una schiera di piccoli uomini e di figure ignote che  venuta a galla, con la schiuma del torrente che passava. Ma v' un minuscolo gruppo che merita una menzione speciale, v' un pugno di "protestanti" ai quali val bene la pena di consacrare venti linee di stampa, ed  quello degli spagnuoli... onorari. Otto o dieci persone, in questi giorni, si sono ricordate, d'un tratto, di essere state nominate, cinque anni fa, dieci anni fa, chi sa perch, vice-consoli spagnuoli di una cittadina di provincia; quattro o cinque persone di quelle che, per solito, fanno collezione di ciondoli, e tempestano di lettere i deputati amici, e gli impiegati dei ministeri, e le segreterie delle ambasciate per avere un nastrino, una crocetta, una stellina, si sono rammentate di avere, in fondo ad un cassetto odorante di naftalina, una decorazione spagnuola, piovuta chi sa in qual modo. Nessuno dei nuovi amici lo sapeva, nessuno dei vecchi se ne ricordava pi; tanto meglio: ecco l'occasione per fare il gran gesto. E questo gruppo di valentuomini ha sentito improvvisamente il rossore montargli alla fronte e lo sdegno salirgli ai precordi; e si  detto, ad alta voce,	 innanzi allo specchio, per studiare l'effetto: - Questa nomina, questa croce non possono restare un momento di pi in casa mia! Esse personificano la Spagna, terra che, come ora ho scoperto,  di barbarie e di sangue, e in cui pare che un tempo, come ho appreso dai giornali, c' stata l'Inquisizione. Tutto questo mi si  nascosto, per farmi cadere nel tranello, mi si  mandato il brevetto; ma la verit viene sempre fuori. Io non voglio avere pi nulla di comune con te, Spagna! Lo spettro di Ferrer si interporr sempre, inesorabile barriera, fra te e i miei ideali!
A questo punto, parecchi di costoro si saranno domandati, in un raccoglimento di cinque minuti, quali fossero, veramente, questi ideali: ma hanno concluso che dovevano averne senza saperlo, perch ogni uomo li ha, come monsieur Jourdan del Molire faceva la prosa, perch ogni uomo ne fa.
Dopo di che, pienamente rassicurati, hanno scritta una bella nonch sdegnosa lettera all'ambasciatore di Spagna e hanno rinviato brevetto ed insegne. Soltanto, hanno avuto cura di passare, prima, con la lettera ancora dissuggellata e col pacco postale ancora aperto, per la redazione di un giornale amico.
Il giorno dopo, tutto il mondo civile conosceva "il bel gesto!"
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Cara e grande nazione che serbi ancora intatta la tua bella fede, cara nobilissima terra di Spagna, che ogni giorno di novelli eroi al tuo esercito, tra le schiere dei principi - Carlo, Filippo, Ranieri e Gennaro di Borbone - e nella oscura folla del popolo, e continui serena e forte per la tua via, sdegnosa del vano agitarsi delle nevrotiche sorelle latine, vinte da un'ebrezza malefica che le prime piogge hanno gi spenta, che importa a te questo piccolo sprezzo di piccola gente?
Chi respinge le cariche che tu gli hai date, chi rimanda indietro le tue onorificenze, confessa di sentirsi indegno di esse. Tanto meglio! Serbale per i tuoi figli, o Spagna, per i tuoi soldati, che vanno a combattere intrepidamente col tuo nome sulle labbra, che muoiono con la faccia al nemico, avvolti nella tua bandiera gloriosa. Serbale per chi sa quello che esse ricordano, quello che esse dicono, quello che esse valgono, per chi sa conquistarle col sangue, come i padri, e con l'opera assidua; per chi sa difenderle, per chi sa difenderti, con la spada, con l'azione, col cervello. Serbale per chi adora in te la Madre sua, per chi lavora alla tua grandezza tenacemente, fervidamente. Lascia che si stacchino pure dal tuo fianco i parassiti; tu, sola e sicura, procedi sul tuo cammino, con la fede nei tuoi destini e nel tuo Re!
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APPENDICE: IL "DOSSIER" DEL PROCESSO FERRER.
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L'ATTO DI ACCUSA.
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L'avocato fiscale della causa contro Ferrer fu il capitano Rafales, uomo acuto, integerrimo, giusto, energico, eloquente. Egli cominci il suo discorso dimostrando nel modo pi irrefragabile che i disordini di Barcellona avevano tutti i caratteri di una vera insurrezione a mano armata. Perci la causa che si doveva promuovere nei riguardi dei colpevoli era di competenza del tribunale militare a norma delle leggi vigenti, che non patirono mai, n possono patire eccezioni di sorta. Ferrer fu giudicato dalla Corte Marziale come sarebbe stato giudicato qualsiasi altro delinquente sul quale fossero pesati gli stessi crimini. La stessa procedura seguita altre volte in consimili circostanze non diede mai luogo a recriminazioni di sorta da parte di nessuno.
Dopo questa premessa l'avvocato fiscale passa a domandarsi chi fosse il capo dell'insurrezione. E risponde cos alla questione: "Il comandante, il superiore o il capo di una insurrezione  colui il quale cerca chi deve agire, spinge e dirige gli altri, alza la voce, indica e distribuisce mezzi destinati all'esecuzione del piano prestabilito. Se tale  il carattere del capo di una ribellione, si pu sostenere che ne fosse investito Francisco Ferrer? I fatti seguiti corrispondono ai suoi disegni e alle sue istruzioni? La prova di tutto questo esiste negli atti processuali?"
A questa seconda questione l'avvocato fiscale  in grado di rispondere, con piena coscienza, affermativamente; e si accinge a dimostrarlo dietro la scorta delle testimonianze, che non potrebbero essere pi convincenti e decisive, sopratutto perch introdotte nella causa anche da persone che la pensavano come Ferrer. Le loro deposizioni acquistano quindi un valore di veridicit che non potrebb'essere infirmato. Altre testimonianze furono poi prestate da persone che offrivano le pi serie garenzie.
L'avvocato fiscale comincia a citare la deposizione del tenente colonnello della guardia civile, signor Leonzio Ponte, il quale attesta che Ferrer prese parte attiva ai moti di Masnou e Premia, invitando altres i suoi partigiani ad accorrere a Barcellona "per difendere i loro fratelli". Il tenente colonnello not ancora che la "Fraternit repubblicana" di Premia poteva essere considerata il quartiere generale dei sediziosi e degli incendiari.
Vi  poi un noto giornalista, Manuel Jmenes Moya, testimonio non sospetto, perch, in causa delle sue idee, fu confinato in Maiorca. Egli depose che, secondo la sua opinione personale, il segnale della rivolta part dalla "Solidariet operaia" nella quale erasi tenuta una riunione clandestina. I capi della "Solidariet" inviarono poi varii dei loro delegati in alcune localit per fomentare l'insurrezione, che doveva essere diretta da Ferrer e da altri suoi compagni appartenenti alla Lega antimilitarista.
Il consigliere comunale signor Narciso Verdagner Calls afferma su informazioni ch'egli crede di poter chiamare esatte, che le sollevazioni scoppiarono per iniziativa e sotto la direzione degli elementi pi o meno anarchici. Questi elementi erano guidati da Francisco Ferrer e da un giovane professore di lingue, certo Fabr. L'accusa  assodata maggiormente dal signor Giovanni Alsina Estival, consigliere di Premia. Questi fin dalla sua prima deposizione, resa davanti al giudice istruttore, fissa il carattere grave che assunsero gli avvenimenti di Premia dopo l'arrivo di Francisco Ferrer e il suo colloquio con l'Alcade. I conterranei del medesimo teste affermano che un'ora dopo la partenza di Ferrer cominciarono a manifestarsi le violenze.
Il signor Valentino Alonso, tenente dei carabinieri, dichiara a sua volta, che, allontanatosi Ferrer, il movimento rivoluzionario assunse un aspetto diverso da quello che aveva prima: anche il signor Adolfo Cesa e il signor Paolo Reic Cesa affermano concordi che, dopo il colloquio con Ferrer, i rivoluzionari presero un altro orientamento.
 CHI SPENDEVA?
Il consigliere di Barcellona signor Emiliano Eglesias attesta che qualche societ, per tener vivo il fuoco della sommossa, spendeva pi denari di quanto ne potesse disporre. La cosa  confermata da un testimonio di maggiore importanza per la speciale condizione in cui si trova.  il signor Baldonevo Bonet, coinvolto nella causa che sta per aprirsi contro coloro che appiccarono il fuoco al convento delle Concentine. A carico di questo signor Bonet pare risultino gravi cose, finora non ancora bene determinate, perch il giudice istruttore procede nelle sue indagini, i risultati delle quali sono tuttora sconosciuti. Il Bonet nella sua istruttoria, pressato dalle domande abilissime di chi l'inquisiva, fin per confessare che l'origine di quanto  avvenuto deve ricercarsi nell'azione della "Solidariet operaia": ora siccome questa associazione difettava di mezzi finanziari, Ferrer non tard a procurarglieli: questa, d'altra parte,  l'opinione generale. La deposizione fu confermata pi tardi dello stesso testimone. Egli non sa spiegarsi in altro modo l'azione efficace che ebbe la "Solidariet operaia" negli avvenimenti che funestarono Barcellona.
Tale opinione contro la "Solidariet operaia" e contro Ferrer che ne era, com' noto, il direttore,  mantenuta nella deposizione prestata dal primo tenente della guardia civile, signor Modesto Lara, e nella dichiarazione fatta da un primo tenente di artiglieria in ritiro, signor Alfredo Gargia Margallon. Costui, riferendo il suo incontro e la conversazione avuta col giornalista Pierre, redattore del Progreso, narr che quest'ultimo, gli disse la rivolta essere stata preparata e condotta dalla "Solidariet operaia" sotto la direzione di Ferrer, che aveva avocato a s tutto. Se ci non bastasse a dimostrare la colpevolezza di Ferrer e la sua partecipazione diretta, si aggiungerebbe la deposizione di Giovanni Puic Ventura, detto Llarch, il quale in due distinti interrogatori afferm essere sua convinzione che Ferrer fu l'autore di tutto.
Il signor Domenico Casas Llibre, alcade, che convers con Ferrer, afferma nelle sue deposizioni di essersi formato l'opinione che Francisco Ferrer Guardia fu l'elemento direttivo di tutte le violenze commesse. Dello stesso avviso  anche il signor Giuseppe Alvarez Espinosa, supplente del segretario dalla Giunta di Premia, che convers anch'egli con Ferrer: e quest'ultimo disse esplicitamente che Ferrer fu il vero istigatore e ispiratore dei fatti di luglio.
"Cos - dice l'avvocato fiscale - sono quindici testimoni, i quali indicano Ferrer come direttore degli avvenimenti. Gli uni includono nell'accusa le relazioni di lui colla "Solidariet operaia" e la partecipazione di questa nei fatti per affinit di idee; qualcuno parla degli aiuti finanziari; altri indicano lo stesso imputato con eguale carattere, prendendo come base gli eventi di Premia e gli atti di violenza ivi commessi, che non si erano verificati prima dell'arrivo di Ferrer nella localit e del suo colloquio coll'alcade, signor Casas, col tenente alcade signor Mustares e col segretario supplente della Giunta signor Alvarez Espinosa; atti di violenza che precisamente cominciarono dopo la sua partenza. Secondo il signor Giacomo Camos Alsina gi citato, cominciarono un'ora dopo che Ferrer erasi allontanato".
Ma c' ancora una prova pi valida. Dice il signor fiscale del tribunale supremo che i fatti di Barcellona e della regione cominciarono con una protesta, che sembrava pacifica, contro la guerra e l'imbarcarsi delle truppe: per altro conviene ricordare i fatti. Nella mattina del 29 luglio  certo che si inizi una protesta pi accentuata e va notato che questa protesta non fu mai spontanea, n per parte della popolazione in generale, n per parte della massa operaia in particolare. Se ne ha una chiara prova nel fatto che gli operai non abbandonarono il lavoro sino a che non furono obbligati a sospenderlo per il contegno dei rivoluzionari che irrompevano nelle botteghe e nelle fabbriche; anche il personale delle tramvie, che in altra occasione favor gli scioperi, non abbandon il servizio un solo istante finch gli fu possibile: difese con vero coraggio e qualche volta con pericolo personale le vetture che i facinorosi volevano fermare: infine, sopraffatti, dovettero ritirarsi, tanto pi che la forza era insufficiente a tener fronte ai rivoltosi.
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LA FAMOSA SERA DEL 29 LUGLIO.
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E come questi testimoni segnalano in Premia il mutamento delle cose avvenuto per la presenza di Ferrer, cos si pu constatare uguale fenomeno seguendo Ferrer passo a passo. Nella sera del 29 luglio egli si allontan dalla stazione ferroviaria essendosi sospesa la circolazione dei treni e si diresse in piazza Antonio Lopez. Sino al 29 dicevasi ch'egli si fosse rifugiato in case e in luoghi sconosciuti dove si dice essere stato nascosto sino al giorno del suo arresto.
L'agente di P. S. signor Angelo Fernandez Bermeyo, incaricato di seguire Ferrer, attesta nella sua deposizione che il luned 29 luglio, alle ore sei, Ferrer trovavasi in piazza Antonio Lopez; quando il plotone dei soldati di cavalleria sciolse gli aggruppamenti, Ferrer se ne and con un gruppo di rivoltosi, che si spinse fino alla porta della Pace e si ferm di fronte ad Atarazanas: ivi Ferrer si mise a concionare in mezzo a un gruppo, indi continu ad avanzare verso la Rambla, dove, durante le cariche eseguite dalla forza, l'agente perdette di vista Ferrer: lo scorse per, poco dopo, nella stessa Rambla. Ferrer si diresse all'Htel Internacional, il cui proprietario depose ch'egli dopo aver cenato, disse che non sapeva se sarebbe andato a dormire.
Il teste Francesco Domenech, barbiere di Masnou, si associa alla deposizione precedente; egli aggiunge di avere incontrato Ferrer alle 9,30, la sera stessa del 29 luglio in un caff situato sotto l'Htel Internacional. Ferrer invit il deponente, che accett: di l entrambi andarono alla redazione del Progreso per vedere - come disse Ferrer - che cosa combinavano i compagni. Quindi si recarono al caff Aribau dove incontrarono Calderan, Ponte, Tubau, e il signor Litran colla sua signora. Ferrer parl con quest'ultimo, senza che il teste potesse intendere di che cosa trattassero.
Il teste Domenech attesta che Ferrer, uscendo dalla redazione del Progreso, disse che non aveva trovato chi cercava; aggiunse che n Iglesias, n altri avevano voluto firmare un documento, che doveva rimettere al Governo; documento con cui si chiedeva la revoca dell'imbarco per Melilla "altrimenti sarebbe scoppiata la rivoluzione e i firmatari si sarebbero messi alla testa della popolazione". Iglesias disse a Ferrer di riprendere il lavoro: gli chiese su quali forze contasse per quello che si proponeva: entrambi pensarono poi di restituirsi alle loro case. Ma in via Principessa vennero fermati da due individui, uno dei quali chiamato Moreno, a cui Ferrer disse che al Progreso trovarono i rappresentanti della "Solidariet" che cercavano di intendersi coi radicali, i quali sinora si erano rifiutati di tener mano a Ferrer. Questi incaric Moreno di andare a vedere se si accordavano: Moreno gli rispose che essi gi si erano compromessi, e soggiunse: "Ce n' abbastanza perch facciamo con loro quello che si fa in Russia coi traditori".
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LE CONFESSIONI DI FERRER.
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L'importanza, veramente grande, di queste deposizioni che attestano come Ferrer, nello stesso giorno 29 luglio, abbia diretto gli avvenimenti e pongono in rilievo la sua posizione di capo e l'impulso da lui direttamente dato al movimento,  ancora superata dalle testimonianze del signor Lorenzo Ardid e dei soldati del reggimento "Dragoni di Santiago", Claudio Sanchez, Jugo e Michele Calvo.
Ardid ci dice nella sua dichiarazione, fatta nel processo intentato contro di lui (foglio 368 ratificato nel foglio 395-bis) che nel giorno 29 egli stava prendendo il caff nella Casa dei Popolo, quando entr Ferrer che lo salut, dicendogli che gli doveva parlare a quattr'occhi. Il teste rispose: "Quando lei vuole" Ferrer domand allora che cosa il teste pensasse degli avvenimenti. Ardid rispose: " cosa finita, giacch questo  un genere di protesta che non pu partire di qui". Ma Ferrer insistette chiedendo . "Lei crede che la cosa non debba uscire di qui?". Il teste conferm con risolutezza. Allora Ferrer rimase muto, mentre Ardid gli volt le spalle e avvicinatosi ad uno dei soci, gli disse, additandogli Ferrer: "Dica a quel signore che se ne vada subito per la porta falsa". L'altro esegu subito l'incarico. Ardid aggiunse che seduto allo stesso tavolo con Ferrer stava anche Litran, e sospetta fortemente che sia stato Ferrer uno degli organizzatori della rivolta. Questa dichiarazione  di notevole importanza, non solo in s stessa, ma anche perch Ardid, nel suo confronto con l'imputato Ferrer, (foglio 414) l'ha tutta confermata con straordinaria energia. Ferrer che durante l'istruttoria aveva negato di essere stato alla Casa del Popolo, ha dovuto finire per confessare ch'egli non intendeva negare assolutamente di esservi stato e che, desiderando vedere Litran, era naturale che vi fosse andato. Il Ferrer dov ammettere di aver visto Ardid il 29 luglio.
Da parte loro i soldati Claudio Sanchez e Michele Calvo confermano la dichiarazione dell'agente di P. S. Angio Fernandez Barmeyo, riguardo a quanto avvenne nella piazza Antonio Lopez (fogli 484, 485 e segg.): essi dicono che verso le 5,30 dello stesso giorno 29 luglio, cio quando cominciarono a prestar servizio di sentinella in detta piazza Antonio Lopez, furono molto meravigliati di vedere, in mezzo all'aggruppamento, un individuo vestito diversamente dagli altri che sembravano operai. Quell'individuo portava un abito turchino e un cappello di paglia coll'ala anteriore ripiegata sulla fronte e quella posteriore rialzata. Quando l'aggruppamento si sciolse l'individuo in questione fiss in viso Claudio Sanchez e gli chiese, indicando il bando affisso alla parete:
"Non  forse permesso di leggere questo?".
Queste dichiarazioni di due soldati sono di evidente importanza non solo per il loro valore intrinseco, ma altres perch ambedue, per tre volte en rua De Pretos hanno riconosciuto in Francisco Ferrer Guardia l'individuo a cui si riferiscono le loro deposizioni (fogli 488 e 489).
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Abbiamo riportato le principali deposizioni che una corrispondenza al Momento di Torino ha riassunte. Altre moltissime ve ne sono che provano la preparazione voluta da Ferrer con le sue circolari e i suoi proclami anarchici e la direzione assunta da lui nell'opera incendiaria e criminosa e, infine, la fuga da Barcellona, confermata dal teste Francesco Domenech e da altri cinque, dopo di essersi rasa la barba ed essersi messi dei baffi posticci, per non farsi cogliere dalla polizia che gi cominciava l'opera punitiva.
Ma ci pare abbastanza, e ci arrestiamo qui. La pubblicazione del dossier completo, del resto, sar fatta fra giorni e largamente diffusa, e prover ad evidenza quello che noi prevedemmo e scrivemmo in giorni non sospetti, quando cio la verit era stata coperta da un cencio rosso e trascinata alla gogna. Ora essa  balzata fuori dal suo sudario. Che i popoli la veggano intera!
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FINE.